
venerdi 18 novembre 2005
di Laura Badaracchi
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stavo cercando in una bottega di un antiquario delle vecchie pentole di rame, che mi servivano per creare un addobbo nell'albergo di famiglia. Fra le stoviglie vidi spuntare due gambette dì legno nude: erano di un Bambino Gesù in pessime condizioni, privo di alcune dita delle mani e dei piedi». Da questo singolare incontro avvenuto oltre 35 anni fa, in Hiky Mayr, collezionista di origine tedesca, nasce una passione: recuperare altre statuette del Bambinello in grandezza naturale. La prima, dopo un accurato restauro, è diventata la capostipite della collezione che ora si trova nel Museo del Divino Infante, da lei voluto e inaugurato a Gardone Riviera (Brescia) il 19 novembre 2005. A poco più di un anno dall'apertura, i visitatori hanno superato quota 5 mila: pellegrini, famiglie, tanti bambini, ma anche maestri del presepe napoletano che vengono a «imparare» i segreti del mestiere asservendo le opere realizzate dai loro predecessori nei secoli scorsi. Infatti, agli oltre 200 pezzi esposti sono collocabili cronologicamente ra il XVII e il XX secolo, si aggiunge in presepio napoletano del XVIII secolo, che occupa un'intera stanza del museo e che consente al visitatore di «entrare dentro la scena», circondato da personaggi ;on il corpo intagliato in legno, mentre le teste e gli arti sono stati realizzati in terracotta dipinta. Devozione popolare e tradizioni secolari si fondono, anche se ai manufatti artigianali si affiancano opere di alto livello artistico provenienti da rinomate botteghe dimenticare che le prime «produttrici» di Bambine e Bambinelle furono le monache, che li preparavano in cera con i resti delle candele, rivestendoli poi con scampoli di paramenti sacri in disuso. Proprio conventi e monasteri divennero il volano per la diffusione di questo culto, partito dall'Italia per approdare in diversi Paesi europei e poi sbarcare nelle Americhe e nelle Filippine. L'esposizione suggerisce anche un itinerario alla scoperta delle varie «tipologie» del Divino Infante, percorso che può tradursi in una «contemplazione guidata» del mistero dell'incarnazione. In un'ottica iconografica, si va dal Gesù in fasce a quello nudo in piedi o seduto con la croce tra le dita, dai Bambini del Paradiso al piccolo Re abbigliato con ricche vesti confezionate nei colori dell'anno liturgico. H senso spirituale si nasconde dietro le simbologie: la povertà e il realismo nel divenire Figlio dell'Uomo (le fasce preannunciano anche le bende che avvolgeranno il suo corpo nel sepolcro, di cui è figura la mangiatoia), il legame intrinseco tra la kenosis-(discesa) nella carne e la sofferenza vissuta fino alla fine per amore (ricordata dalla corona di spine o dal cuore stretto in una mano). Ma si vede anche il piccolo Gesù dormiente nell'Eden, al tempo stesso richiamo del paradeisos in cui vengono accolti i giusti al termine della vita e luogo dell'armonia ristabilita tra Creatore, creature e mondo creato. In sintesi, la Terra promessa, il giardino senza fine, la bellezza della natura e degli animali in dialogo con il nuovo Adamo. Altra tipologia poco conosciuta, quella della Maria Bambina; in numero ridotto rispetto ai bambinelli, queste sculture venivano commissionate ad abili artigiani e alle claustrali da famiglie di nobili e conventi, anche se la venerazione per la Madre di Dio ancora infante è attestata dal X secolo. Offerti per secoli soprattutto al culto pubblico dei fedeli, oppure conservati gelosamente all'interno delle case per una devozione familiare e privata, i Divini Infanti dimostrano la perizia di chi li ha assemblati: un ingenuità figurativa che cela una sapienza artistica tramandata per generazioni.